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La ricerca epidemiologica dell’Istituto Superiore di Sanità attorno ai siti nucleari

1418561031_mappa-siti-nucleariDel Prof. Giorgio Trenta

Non so se anche questo studio epidemiologico sia partito dopo la formulazione di una ipotesi statistica o meno. Se sì, tutto farebbe pensare che l’ipotesi sia stata l’ipotesi nulla H0, che cioè, come nel caso di molti altri studi di tipo ambientale attorno alle centrali nucleari, non esistano differenze tra esposti e non esposti.

Va evidenziato in ogni caso che la conduzione dello studio dell’ISS è stata effettuata con molta attenzione e con spiccato senso critico nell’analisi dei risultati.

Che gli impianti nucleari in Italia siano stati oggetto di contestazione già  da poco dopo la loro realizzazione è un fatto noto, motivato in pochi casi dal desiderio dei proprietari terrieri  di tornare in possesso dei terreni venduti alle società  che avevano realizzato gli impianti, ma poi, sistematicamente, dalla paura dell’attesa di effetti più o meno riscontrati, imputabili alle radiazioni. All’epoca l’epidemiologia attorno alle centrali era infatti costituita dall’insieme di notizie diffuse attraverso la stampa (per lo più locale), ma scarsamente verificabili, circa il riscontro di anomalie come: peperoni con due punte o vitelli toracopagi o in ogni caso prodotti vegetali o animali caratterizzati da analoghe anomalie. Ma poi gli effetti oncogeni, con la linearità  senza soglia, hanno sostituito nell’immaginario epidemiologico le anomalie anatomo-fisiologiche animali e vegetali.

Fin dagli anni ’70 sono state condotte nei territori attorno ad alcuni impianti già  esistenti (come: Latina, Garigliano, Saluggia) raccolte di dati, più che studi veri e propri, per avere un’idea sui possibili effetti dei rilasci radioattivi.

L’incidente di Three Miles Island, ma soprattutto quello di Chernobyl, hanno stimolato la ricerca degli effetti  delle radiazioni, anche a seguito del fatto  che alcuni “personaggi”, più politicamente che scientificamente ispirati, avevano preconizzato con enfatica certezza che entro un secolo in Italia vi sarebbero stati 3000 morti in più a causa dei tumori indotti dai 0,5 mSv dovuti agli effetti della radioattività  giunta da noi (ben consci di lasciare ai posteri l’impossibile compito di verificare queste fantastiche e “auruspiciniche” previsioni).

Nel periodo successivo sono stati quindi condotti da vari autori studi epidemiologici (di tipo ambientale, alcuni possono essere reperiti nei numeri della rivista “Sicurezza e Protezione” dell’Organismo di controllo del nucleare, vari altri sono indicati nel testo stesso dell’ISS) per verificare gli effetti dei rilasci radioattivi degli impianti italiani. Il risultato è stato l’assenza di indicazioni se non una riduzione della mortalità  tra le popolazioni “esposte” o indicazioni che portano a guardare ad altri agenti eziologici.

Ciò sta chiaramente ad indicare la “non significatività  statistica” dei dati in presenza di una dose, ancorché non misurata, ma in ogni caso valutata, come modesta, e quindi l’impossibilità  di dimostrare i paventati effetti delle piccole dosi. Non è difficile dimostrare, estrapolando i dati dalle alte dosi, che se questi effetti realmente ci fossero, la dimostrazione richiederebbe una numerosità  del campione estremamente elevata e praticamente irraggiungibile. In queste situazioni giocare sulla “linearità  senza soglia” (LNT) significa solo cercare di incutere paura per finalità  non certo nobili. Dopo qualche anno anche l’ICRP, che ha ereditato, forse in modo acritico questa posizione ipotetica, ha rilevato che la LNT, se utilizzata in modo strumentale, “produce più male che bene” (vedi il suo statement sulle conseguenze dell’incidente di Fukushima) in contrasto con uno dei suoi principi cardine: quello della giustificazione. Nelle sue ultime Raccomandazioni ci dice infatti: “La Commissione giudica che non è appropriato, ai fini della programmazione di sanità  pubblica, calcolare il numero ipotetico di casi di cancro o di malattie ereditarie che potrebbero essere associati con dosi molto piccole di radiazioni ricevute da un gran numero di persone durante periodi di tempo molto lunghi”.

Tornando all’indagine dell’ISS, si ha la sensazione di uno studio che, anche se connotato dalle caratteristiche di scarsa affidabilità  degli studi di tipo “ecologico”, è stato condotto con obiettività  e con molta pazienza per cercare di ordinare i numerosi dati relativi alle numerose cause di morte oncogena attorno ai 9 siti sedi di impianti nucleari (e le analoghe cause regionali per raffronto) per tumori più o meno radioinducibili.

Per il sito della Casaccia, è stato adottato uno studio di coorte retrospettivo, più affidabile dal punto di vista dell’attendibilità  dei risultati, ma anche questo con conclusioni non dissimili da quelli degli studi attorno agli altri siti. Salvo rare eccezioni il riscontro è un rapporto di mortalità  standardizzata con valori statisticamente non significativi e spesso con significativo “difetto di mortalità ” rispetto ai “controlli” regionali. Per gli aspetti della significatività  statistica, nel Rapporto è stato scelto un livello di confidenza del 90% e quindi una significatività  inferiore al 10%.  In pochi casi si rileva un eccesso di mortalità  come ad esempio per tumori a: ghiandole salivari, rene, pancreas, pelle, encefalo, tumori tutti (in organi) di scarsa correlabilità  con le radiazioni. Due organi invece a plausibile radioinducibilità  oncogena: tiroide e stomaco, mostrano un eccesso significativo in alcune specifiche decadi, ma anche questi eccessi scompaiono se nel computo complessivo si inserisce anche il sito di Latina. D’altra parte il tumore dello stomaco risulta presente a Caorso e Garigliano nel periodo 1990-99, e la mortalità  standardizzata per tale tumore perde di significatività  se si considera l’intero periodo in considerazione (1980-2008), mentre, se fosse imputabile all’esposizione, la mortalità  avrebbe dovuto verosimilmente aumentare negli anni per un aumento della dose accumulata. A proposito poi della tiroide, balza all’occhio che non vi è alcun caso di tumore tra le età 0 e 14 anni che sono quelli di maggiore suscettibilità  a questo tipo di neoplasia (come suggerito da Chernobyl). Nel caso degli adulti si rileva poi che vi è un eccesso di tumore alla tiroide a Bosco Marengo e Rotondella (periodo 1980-89), per impianti dai quali certamente non  sono stati immessi nell’ambiente isotopi radioattivi dello iodio. Ma si sa, la statistica, quando le cause sono labili o inesistenti, gioca con il caso a testa e croce, e il dato non può essere assunto come un effetto malefico o benefico delle radiazioni, ma semplicemente come un dato che mostra la fallacia della ipotesi lineare o l’insufficienza dei parametri statistici.

Nonostante l’indicazione della Commissione, gli Autori  cercano di applicare l’Ipotesi, anche se in senso retroattivo e non prospettico come “bacchettato” dall’ICRP, considerando gli effetti di dosi collettive da 10-4 mSv/anno fino a 1 mSv/anno, ricorrendo al modello del rischio esteso all’intera vita (lifetime risk). E’ stato certamente uno sforzo notevole ed apprezzabile che, anche in questo caso, ha fornito prevalentemente indicazioni di un “difetto” di mortalità , spesso statisticamente significativo, rispetto ai dati regionali, ma in ogni caso non indicativi, a quelle dosi, di effetti rilevabili imputabili alle radiazioni. Neanche nel caso di fantasia che i rilasci abbiano comportato una dose di 1 mSv/anno a tutta la popolazione si hanno indicazioni di eccessi di mortalità , quanto prevalentemente piuttosto di riduzione; infatti in tale ipotesi, di puro esercizio numerico, solo per il Comune di Latina, si sarebbe dovuto avere un eccesso di mortalità per cause oncologiche. Anche questo eccesso però finisce per divenire un difetto di mortalità , qualora la valutazione venga estesa a tutti siti, Latina compresa.

Il Rapporto si sofferma anche a considerare brevemente i risultati di altri studi epidemiologici attorno alle centrali di altri paesi. In particolare anche quelli che hanno fornito indicazioni circa una possibile correlazione tra esposizione e leucemia infantile. Viene evidenziato come due dei numerosi studi effettuati al riguardo attorno a numerose centrali, hanno evidenziato una maggiore  incidenza statisticamente significativa di leucemia infantile: lo studio tedesco, detto  KiKK  e quello analogo francese detto GEOCAP, entrambi di tipo caso-controllo. I risultati di entrambi sono oggetto di critiche metodologiche e dell’inverosimile e non credibile collegamento con il basso livello di esposizione della popolazione residente: la dose è troppo piccola per poter causare un incremento delle leucemie. Anche le metanalisi sullo stesso tema delle leucemie infantili accennate nel testo dell’ISS non hanno superato l’analisi critica, rivelando le loro limitazioni metodologiche e il condizionamento dei criteri di selezione degli studi presi in considerazione. Al riguardo l’ISS riassume i risultati affermando che: “nella maggior parte degli studi effettuati in altri Paesi non viene evidenziata alcuna associazione tra tumori (essenzialmente leucemie infantili) e vicinanza agli impianti. Nei due studi (il KiKK study e una delle due analisi dello studio Geocap) in cui viene rilevato un aumento di rischio significativo (solo per le leucemie infantili), si conclude che tale associazione non trova al momento una spiegazione in termini di fattori di rischio noti ed è inverosimile che l’aumento di rischio rilevato sia da attribuire all’esposizione di sostanze radioattive emesse degli impianti”.

Per entrare anche nel merito dell’oggetto di questi studi “mirati”, lo studio dell’ISS cerca di valutare il rischio di leucemia (e anche i tumori tiroidei sulla scia di Chernobyl) per l’intervallo di età  0-14 anni, raggruppando insieme tutti i siti sedi di impianti. Sia inserendo che escludendo il sito di Latina, il rapporto di mortalità standardizzato risulta ampiamente non significativo (includendo Latina e solo in questo caso risulterebbe invece un eccesso statisticamente significativo dei i tumori del sistema nervoso centrale, tumori che non sono certamente tra quelli più correlabili con le radiazioni).

Si può concludere questo commento sul rapporto dell’ISS ricco di valutazioni, tabelle e raffronti con l’affermazione che “il risultato complessivo del presente studio- cioè che nelle popolazioni residenti nei Comuni presi in esame non si evidenziano eccessi di mortalità  generalizzati o sistematici per specifiche patologie, in particolare quelle correlabili con le radiazioni ionizzanti – è in linea con i risultati e le conclusioni a cui giungono la quasi totalità  degli studi condotti in altri Paesi”, e cioè che con “i livelli di dose relativi a condizioni normali di funzionamento di un impianto nucleare, non sono sostanzialmente attesi effetti sulla mortalità  della popolazione”.

Ciò che meraviglia è che questo studio, al contrario della maggior parte degli studi epidemiologici che si concludono in assenza o con insufficienti indicazioni, non si chiude con la solita frase: “sono comunque necessari ulteriori studi per compiere ulteriori e più approfondite verifiche”. L’avveduto auspicio è invece la giustissima richiesta avanzata dal Rapporto perché venga effettuata una indagine epidemiologica sulla popolazione del sito (se la politica si premurerà  mai di individuarlo) che ospiterà  il deposito dei rifiuti radioattivi nel nostro Paese.

 

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