Nucleare: i Nobel e la verità

Pubblichiamo la lettera a Il Foglio del Presidente di Associazione Italiana Nucleare Umberto Minopoli in risposta alle affermazioni del prof. Giorgio Parisi in merito all’energia nucleare.

Il Nobel Parisi (Corriere della Sera) fa due affermazioni sul nucleare, sorprendentemente, sciatte e distoniche con la sua competenza. Primo: “il nucleare attuale, dice Parisi, è ancora quello dell’incidente di Chernobyl”. Falso. Quello di Chernobyl era un tipo di impianto esistente in pochissimi esemplari: 8, e tutti solo nella ex URSS e nei suoi satelliti, su 542 (allora) impianti nucleari nel mondo. E’ accertato che l’incidente ucraino del 1986, la più studiata e analizzata (dall’Onu e dalle sue agenzie di esperti) delle catastrofi artificiali umane, fu dovuto a due fattori, esclusivi e irripetibili in altri impianti e fuori dal contesto sovietico: le specifiche tecniche uniche di quell’impianto, pensato a scopo bellico (esempio, il “coefficiente positivo”, che generò l’incontrollabilità o l’assenza di contenimento esterno); l’errore umano ( che rasentò la follia), inconcepibile e irripetibile, fuori dal contesto di governance di quel regime. 

Seconda affermazione: “il nucleare si può fare, afferma Parisi, solo in zone lontane da persone. Quindi non nell’urbanizzata Italia”. E’ un’affermazione, mi permetto, un po’ alla Catalano, per un Nobel. Ci sono (oggi) 442 impianti nucleari (e 54 in costruzione) in 33 paesi del mondo. Tra i più urbanizzati della Terra. E non in deserti disabitati. Per localizzare una centrale nucleare, strano che Parisi lo ignori, si devono rispettare standards, norme precise, regole e obblighi di distanza, validi e controllati in tutto il mondo. Da autorità internazionali legittimate allo scopo. Anche “l’urbanizzata” Italia, per 20 anni, ha avuto 4 centrali nucleari operative (dei cui MW oggi avremmo avuto un gran bisogno). I nuovi impianti avanzati di cui oggi si parla (che, il professore controlli, non sono più dei “disegni” ma macchine pronte che stanno entrando sul mercato), addirittura, migliorando la sicurezza, migliorano i criteri della distanza. Il professor Parisi dovrebbe ricordare che nell’urbanizzata Italia i morti (a centinaia) per incidenti in impianti industriali o energetici sono stati causati, invece, da dighe, centrali elettriche fossili, impianti chimici. Morti che, se fossero valse le regole di sicurezza di una centrale nucleare, non ci sarebbero stati. Anche i Nobel avrebbero il dovere della verità. 

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