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Lo speciale AIN sul Nuclear Illustrative Programme della Commissione europea

Di Raffaella Di Sipio –  Consigliere delegato dell’Associazione Italiana Nucleare.

 

Nelle ultime settimane i media nazionali ed internazionali hanno pubblicato decine di analisi dei contenuti della Comunicazione della Commissione UE recante il “Programma indicativo per il settore nucleare” -COM(2016) 177 final-.

Dalla lettura di queste analisi risulta un unico filo rosso di considerazioni concentrate esclusivamente sul significativo gap di investimenti necessari in Europa sino al 2050 per il prolungamento della durata di esercizio degli impianti nucleari esistenti, il decommissioning e la costruzione di nuovi reattori nucleari.

In realtà il documento della Commissione, se integralmente letto, presenta molteplici considerazioni strategiche e si offre ad un dibattito a 360 gradi sulla pianificazione ed implementazione di una Unione dell’energia e sulla sicurezza energetica.

Il documento è recentissimo, è stato reso pubblico il 4 aprile scorso e presentato, per parere, al Comitato economico e sociale europeo.

Si tratta di un appuntamento periodico ed obbligatorio cui la Commissione adempie ai sensi del trattato EURATOM; è però rilevante notare che siamo di fronte alla prima ricognizione di settore dopo l’incidente di Fukuschima Daiichi nel marzo 2011. Infatti la precedente comunicazione risale al 2008.

È un passaggio che per questo rappresenta ben più di un mero adempimento formale, la comunicazione sul programma indicativo per il settore nucleare reca infatti informazioni, analisi economiche e prese di posizione della Commissione UE sul tema del nucleare: dalla nuova potenza in pianificazione/autorizzazione/costruzione fino al decommissioning non solo in ambito UE ma anche a livello globale.

Un passaggio che arriva dopo due importanti documenti della stessa UE:

  • La strategia per un’Unione dell’energia.
  • La strategia europea di sicurezza energetica.

La Commissione apre la ricognizione dalla fotografia dell’Europa, una delle tre principali economie che generano oltre la metà della rispettiva energia elettrica senza emissioni di gas ad effetto serra e cioè con il 27% dal nucleare e il 27% dalle fonti rinnovabili.

Visto lo status quo e considerati gli obiettivi sempre più stringenti in materia di emissioni, la Commissione pone subito un quesito centrale per il dibattito sulle future scelte di politica energetico-economica, geopolitica e sicurezza degli approvvigionamenti: come l’energia nucleare può contribuire al conseguimento degli obiettivi energetici nell’Unione europea tenendo conto di due pilastri fondamentali su cui questo ruolo si poggia e cioè la priorità assoluta della sicurezza e la nuova sfida del settore legata al decommissioning nucleare?

In Europa abbiamo 129 reattori nucleari in funzione in 14 Stati membri, con una potenza totale di 120 GWe ed un’ età media di circa 30 anni.

La Commissione Europea non si esime dal citare – anche criticamente –  il caso di Hinkley Point C in UK, da molti negativamente additato per l’accordo tra governo inglese ed EDF sulla formula del contratto per differenza e la tariffa regolata di ritiro dell’energia.

La Commissione ci propone una visione globale delle cifre del settore nucleare presente e futuro senza negare i problemi dei costi di investimento ma, al contempo, fornendoci una ricognizione complessiva di alcuni dati importanti sotto riportati per sintesi.

In Europa sono previsti nuovi progetti di costruzione in 10 Stati membri con 4 reattori già in fase di realizzazione in Finlandia, Francia e Repubblica Slovacca.

Sono invece in fase autorizzativa progetti in Finlandia, Ungheria e Regno Unito. In particolare il Regno Unito ha formalmente annunciato l’intenzione di chiudere le centrali elettriche a carbone entro il 2025 e di colmare il fabbisogno di capacità principalmente mediante il ricorso al gas ed a nuove centrali nucleari (con l’annessa polemica per la magnitudo dello strike price e per la formula di gain-share mechanism).

Da non dimenticare poi i progetti in fase preparatoria in Bulgaria, Repubblica Ceca, Lituania, Polonia e Romania.

È evidente che il vero game changer da cui riparte la Commissione UE dopo la precedente Comunicazione del 2008 sono:

  • i “test di resistenza” ovvero le valutazioni complete dei rischi e della sicurezza cui sono state sottoposte le centrali nucleari dell’UE a seguito dell’incidente di Fukuschima Daiichi;
  • il nuovo quadro regolatorio europeo in materia di sicurezza, gestione del combustibile esaurito, rifiuti radioattivi e radioprotezione.

Proprio per il nuovo contesto in cui interviene e mai come in questa Comunicazione, la UE fa un richiamo molto forte sia alla trasparenza ed alla partecipazione del pubblico sulle questioni nucleari che all’incremento di collaborazione tra i molteplici portatori di interessi.

Proprio per questo la UE rivendica il proprio impegno non solo politico, non solo di mera comunicazione, ma di regolatore sul fronte dell’emissione di norme vincolanti sull’effettiva e concreta disponibilità delle informazioni, sull’accesso alle stesse e sul ruolo attivo e partecipativo del pubblico.

La Commissione UE opera anche alcune considerazioni di politica industriale. Perché il nucleare è politica energetica, è politica industriale, è ricerca e sviluppo. È anche una opportunità, basti pensare al decommissioning, alla ricerca e ai mercati extra UE (se proprio non vogliamo aprirci al dibattito poco popolare su altri profili di sviluppo).

L’industria nucleare dell’UE è leader mondiale delle tecnologie in tutti i segmenti industriali e impiega direttamente 400.000-500.000 persone, cui si aggiungono circa 400.000 posti di lavoro indotti. Per questo la Commissione UE sottolinea che tale posizione di preminenza può rappresentare una carta vincente nel mercato mondiale, in cui il fabbisogno di investimenti in materia di nucleare è stimato a circa 3.000 miliardi di EUR entro il 2050, principalmente in Asia. Il numero di paesi che gestiscono centrali nucleari e la capacità nucleare installata a livello mondiale dovrebbero aumentare entro il 2040: la capacità nucleare installata nella sola Cina dovrebbe crescere di circa 125 GWe, un valore superiore alla capacità attuale dell’UE (120 GWe), degli Stati Uniti (104 GWe) e della Russia (25 GWe).

Allo stesso modo, la Commissione prevede e non nega una diminuzione della capacità di generazione nucleare di energia elettrica a livello dell’UE fino al 2025, tenendo conto delle decisioni di alcuni Stati membri di abbandonare gradualmente l’energia nucleare o di ridurre la sua quota nel mix energetico nazionale. Tale tendenza dovrebbe invertirsi a partire dal 2030 con la connessione alla rete di nuovi reattori e l’estensione della vita utile di altri impianti. La capacità nucleare dovrebbe aumentare leggermente e rimanere stabile, tra 95 e 105 GWe, entro il 2050 (si veda tabella sotto). Poiché si stima che la domanda di energia elettrica aumenterà nel corso dello stesso periodo, la quota dell’energia nucleare nell’UE diminuirà, passando dall’attuale 27% a circa il 20%.

Capacità nucleare totale dell’UE (GWe)

capacità nucleare UE

E qui si arriva alla nota dolente sugli economics di settore.

Saranno infatti necessari ingenti investimenti per sostenere la trasformazione del sistema energetico in linea con la strategia per un’Unione dell’energia. Tra 3.200 e 4.200 miliardi di EUR dovranno essere investiti nell’approvvigionamento energetico dell’UE tra il 2015 e il 2050.

Inoltre, a causa dell’età media del parco nucleare dell’UE, numerosi Stati membri si trovano a dover operare una scelta strategica tra la sostituzione e l’estensione della vita operativa delle centrali nucleari.

Come illustrato nella tabella sopra, in assenza di un programma di prolungamento della vita operativa, circa il 90% dei reattori esistenti sarà chiuso entro il 2030, con la conseguente necessità di sostituire grandi capacità di produzione. Indipendentemente dall’opzione scelta dagli Stati membri sull’eventuale estensione della vita utile degli impianti in esercizio, il 90% della capacità nucleare attuale di produzione di energia dovrà essere sostituita entro il 2050.

Il mantenimento della capacità di generazione nucleare tra 95 e 105 GWe nell’UE fino al 2050 e oltre richiede ulteriori investimenti nei prossimi 35 anni. Tra 350 e 450 miliardi di EUR dovranno essere investiti in nuove centrali al fine di sostituire la maggior parte della potenza nucleare attualmente installata. La Commissione fa notare in proposito che, dal momento che sono concepite per una durata di esercizio di almeno 60 anni, le nuove centrali nucleari potrebbero generare energia elettrica fino alla fine del secolo.

Sulla scorta delle informazioni fornite dagli Stati membri sulle installazioni nucleari esistenti, si stima che 45-50 miliardi di EUR dovranno essere investiti nell’estensione della durata di vita dei reattori esistenti entro il 2050.

La Commissione entra infine nel cuore del tema del decommissioning, come opportunità di sviluppo ma anche fonte di severi gap economici di risorse ad esso destinate.

Si stima che oltre 50 dei 129 reattori attualmente in esercizio nell’UE dovranno essere chiusi entro il 2025. Saranno necessarie un’attenta pianificazione e una cooperazione rafforzata tra Stati membri. Tutti gli Stati membri dell’UE che gestiscono centrali nucleari dovranno compiere scelte politiche che la Commissione definisce “intelligenti” per quanto riguarda la collocazione definitiva in depositi geologici dei rifiuti radioattivi e la loro gestione a lungo termine. È importante non ritardare le azioni e le decisioni di investimento in questo settore.

Naturalmente ciascuno Stato membro rimane libero di definire la propria politica in materia di ciclo del combustibile: il combustibile esaurito può essere considerato una risorsa preziosa riprocessabile oppure un rifiuto radioattivo destinato allo smaltimento diretto. Indipendentemente dall’opzione scelta, occorre affrontare il problema dello smaltimento dei rifiuti ad alta attività, separati durante il riprocessamento, o del combustibile esaurito considerato un rifiuto.

La Commissione UE apre poi alla cooperazione tra gli Stati membri, anche attraverso la condivisione delle migliori pratiche o persino la realizzazione di depositi comuni. Tali strutture sarebbero giuridicamente ipotizzabili in applicazione della direttiva, allo stesso tempo la Commissione ad oggi ritiene non sarebbe chiaro come organizzare l’informazione al pubblico e la loro accettazione da parte dei cittadini. Costituisce un elemento critico anche determinare chi è responsabile in ultima istanza dei rifiuti radioattivi che devono essere stoccati nell’ambito di una collaborazione multinazionale.

Viene toccato anche il tema della poca esperienza nel campo del decommissioning di reattori nucleari. All’ottobre 2015 risultano definitivamente chiuse in Europa 89 centrali nucleari, ma solo 3 reattori (tutti in Germania) sono stati finora completamente disattivati e smantellati.

Inoltre, in base alle ultime informazioni fornite dagli Stati membri, nel dicembre 2014 gli operatori europei del settore nucleare hanno stimato in 253 miliardi di EUR il fabbisogno finanziario per la disattivazione degli impianti nucleari e la gestione dei rifiuti radioattivi fino al 2050, di cui 123 miliardi per la disattivazione e 130 miliardi per la gestione del combustibile esaurito e dei rifiuti radioattivi, compreso il deposito geologico di profondità.

Gli Stati membri hanno anche fornito i dati sugli attivi disponibili a sostegno di tali investimenti, pari a circa 133 miliardi di EUR.

La Commissione chiude la disanima di settore ancora una volta con considerazioni di visione strategica e di politica industriale e auspica che l’UE mantenga la leadership tecnologica nel settore nucleare, anche attraverso il reattore termonucleare sperimentale internazionale, al fine di non aumentare la propria dipendenza energetica e tecnologica e di offrire opportunità commerciali per le imprese europee.

Per le stesse ragioni e per il rapido sviluppo dell’utilizzo dell’energia nucleare al di fuori dell’UE (Cina, India, ecc.) sarà di fondamentale importanza garantire investimenti costanti nelle attività di ricerca e sviluppo.

Ed ora una considerazione finale di respiro nazionale per chiudere questa riflessione.

L’industria nucleare italiana ha avuto (e può ancora avere) una possibilità significativa di giocare un ruolo da protagonista nel mercato del decommissioning nucleare che è già partito e sviluppato, ma che aumenterà significativamente nei prossimi anni.

Qualunque iniziativa di piano strategico di medio-lungo termine dovrà tenere conto dei seguenti fattori:

  • non tutto il costo dei progetti di decommissioning è a disposizione del mercato internazionale, infatti i costi del mantenimento in sicurezza, dello smaltimento dei rifiuti radioattivi e delle attività di demolizioni convenzionali o semi-convenzionali -pur rilevante- non fanno parte generalmente di gare internazionali;
  • un progetto di decommissioning è anche una sfida di gestione di un progetto complesso;
  • la capacità di programmare e controllare il progetto e di valutarne ed aggiornarne il costo è una competenza funzione della esperienza;
  • la pratica di estendere la vita operativa degli impianti rende incerta la data della loro messa fuori servizio; d’altra parte, posizioni politiche -come alcune emerse dopo Fukushima- possono accelerare il fuori servizio di reattori prima del termine della loro vita di progetto;
  • alcune strategie prevedono o il mantenimento in sicurezza per alcuni anni o, comunque, tempi di decommissioning di due o tre decadi;
  • i progetti di maggiori rilievo e più costosi vengono affrontati quando si interviene sul reattore vero e proprio e sul circuito primario, ma questo avviene comunque dopo alcuni anni almeno dalla fermata definitiva.

Anche l’Italia deve interrogarsi su questi temi.

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